” Economia della scarsità ossia civiltà della schiavitù”

Affrontare e sviluppare un confronto di idee in modo costruttivo richiede, in qualsiasi ambito, la definizione del tema in questione a partire dalla chiara descrizione del contesto iniziale e degli obiettivi / risultati auspicati e desiderati.

In ambito economico, quasi sistematicamente, il contesto è proposto in modo grossolano e gli obiettivi reali quasi del tutto manipolati o taciuti. Il caso italiano è un esempio eccellente di tale circostanza. Il più completo caos descrittivo e la più totale omissione degli obiettivi.

In genere il dibattito si riduce ad un “confronto/conflitto di interessi” tra parti sociali ed economiche tra loro contrapposte nel difendere / perseguire i loro specifici rispettivi obiettivi mai espressi in modo evidente ma sempre dati per sottointesi tra le parti stesse. Questa è una semplice constatazione ed esclude qualsiasi giudizio di merito.

Molto più interessante è il paradigma che sta a monte del“confronto/conflitto di interessi” che, in ambito economico,è il principio della scarsità. Detto in altri termini si intende che non c’è (sottointesa) abbastanza “ricchezza” per tutti o, seconda un’altra formula, siamo in presenza di “scarsità di risorse”.

Questo concetto sembra così auto evidente che nessuno si pone il problema della sua verifica e, anzi, onde evitare che qualcuno lo dimentichi o ne dubiti, esiste un robusto filonedivulgativo che si è incaricato di ricordarcelo con incessante meticolosità.

L’assunzione dell’assoluta veridicità del “principio di scarsità” ha un effetto diretto: la necessità di una struttura in grado di regolare tale scarsità. Tale struttura, stratificatasi nel tempo, include diversi poteri/apparati quali i sistemipolitico, esecutivo, militare, giudiziario, educativo,accademico, scientifico, sanitario e così via in tutte le loro attuali forme che in generale si riconducono ad organismigerarchici, più o meno partecipati, incaricati del controllo della porzione di sistema su cui hanno il compito di“vigilare”.

A questo punto concediamoci la libertà di esaminareun’ipotesi inconsueta. Immaginiamo che la scarsità sia un “falso dogma”, ossia ipotizziamo di essere in una situazione di “reale abbondanza”. Senza per ora soffermarci sul fatto che sia o meno vero, questo fatto avrebbe un primo effetto: l’inutilità di ogni struttura di regolazione della scarsità e la comparsa di un opportuno sistema di accesso all’abbondanza. Di conseguenza, in termini concettuali, si assisterebbe alla completa dissoluzione dell’attuale sistema, in ogni angolo della pianeta. A questo “dissoluzione”, per ovvie ragioni di difesa dello status quo, si opporrebbe tutto l’apparato di controllo e regolazione della scarsità. Una volta compreso questo è possibile intuire, qualora fosse vero e reale il “principio dell’abbondanza”, quanto sarebbe osteggiato il riconoscimento della veridicità di tale principio.

Ebbene, nel dibattito economico è sempre rimossa questa analisi, per ragioni di manifesta evidenza, mentre, a mio avviso, è tempo di una discussione seria sul principio della scarsità e dell’abbondanza. Faccio allora i primi passi.

In ambito (macro) economico il punto chiave è, in terminioggettivi, il sistema monetario. A partire da questo èevidente, per chiunque abbia un minimo di dimestichezza con l’argomento, che una qualsiasi moneta “fiat money”, per sua natura, è una moneta ad emissione potenzialmente illimitata non essendo legata a merce e quindi non soggetta a vincoli tecnici di emissione; questo comporta che attraverso tale moneta, non soggetta a scarsità e potenzialmente “abbondante”, al limite illimitata, è possibile monetizzare (ossia attivare e misurare) qualsiasi livello di occupazione produttiva. Oggi il fenomeno cui assistiamo è invece che, pur a fronte di abbondanza diofferta di lavoro potenziale, la scarsità monetaria indotta dall’apparato di controllo, produce livelli di disoccupazione che implicano un elevato e reale livello di rischio di sopravvivenza materiale per milioni di persone e il mancato utilizzo di un’enorme quantità di occupazione produttiva che produrrebbe in ogni settore ulteriore “abbondanza” per tutti i membri della comunità umana.

Basta questa constatazione a muovere le persone davvero oneste in termini scientifici ad interrogarsi sulle implicazioni di questo caso di abbondanza reale(abbondanza di emissione monetaria nel caso di adozione di una “fiat money”) senza ricorrere, a difesa dello status quo,all’ammuffito concetto, offensivo per l’intelligenza di quelli stessi che lo propongono, secondo cui l’emissione monetaria produce inflazione. Chiarito che in realtà qui stiamo parlando di monetizzare l’occupazione produttiva che “traina” l’emissione monetaria, l’affermazione secondo cui emissione monetaria = inflazione nasconde in realtà il vero obiettivo del controllo dell’inflazione che non è un problema in assoluto ma del tutto relativo.

Il controllo dell’inflazione, non a caso riferimento fondativo della BCE (si veda art. 282 del Trattato Unificato Maastricht – Lisbona), serve infatti esclusivamente a garantire il “valore di riserva della moneta”, che, a sua volta, non risponde alle esigenze di chi è laborioso ma di chi intende evitare di esserlo per campare di rendita sulla laboriosità altrui. E qui, come si diceva all’inizio, si torna a discutere degli obiettivi reali. Taciuti questi ogni discussione è pura metafisica, dove la “verità” si afferma solo in ragione della forza e della capacità di imporre le proprie verità, spesso del tutto estranee alla verità vera.

A conclusione mi permetto di aggiungere un ultimo contributo. L’obiezione fondante relativa alla “scarsità delle risorse” come fatto auto evidente si rifà al fatto che la terra sia un “sistema chiuso” in cui nulla si crea, nulla si distrugge e tutto si trasforma, indicando implicitamente che la quantità degli “ingredienti” disponibili è limitata e, fatte salve le modalità di rimescolare e trasformare tali ingredienti, la loro quantità è data e, pur ampia, limitata.

A scardinare la questione in modo definitivo ci aiutano un paio di concetti assai noti ma spesso estranei al mondo economico. Il primo concetto è che la “terra” non è un sistema chiuso ma un sistema aperto che riceve incessantemente energia dall’esterno (e mi riferisco all’irraggiamento solare) con una quantità di energia smisuratamente superiore a qualsiasi vagamente ipotizzabile “consumo” umano. Il secondo concetto,probabilmente l’equazione scientifica più nota della storia della scienza, è che E = mc2 per cui il flusso dell’energia che riceviamo produce materia e questo, unito al concetto di cui sopra chiarifica in modo evidente che la “scarsità delle risorse” è, in senso concettuale, una colossale falsità.Rimane da esaminare, nel dibattito, le modalità con cui trasformare l’energia in materia, ma questo è un “problema tecnologico”, certamente complesso, che emerge una volta riconosciuto, fatto ben più importante, che il concetto di scarsità risulta invece totalmente infondato. Dal mondo vegetale abbiamo, in ogni caso, la più completa evidenza di questo processo.

Sul principio di scarsità come “strumento di controllo” contrapposto alla “reale abbondanza”, è tempo di riflettere con serietà, dove la consapevolezza dell’abbondanza comporta la liberazione di ogni individuo da qualsiasi vincolo, anche da quelle stesse catene alle quali ha deciso, più o meno consapevolmente, di legare se stesso e ogni suo altro compagno di viaggio.

Inoltre, volendo declinare questi assunti anche nel dibattito indipendentista, bisogna ammettere che la scarsità, come paradigma assoluto, ha permesso alla classe politica di porsi come casta intermedia imprescindibile , per poter procurare privilegi e stipendi a parte della cittadinanza. Se il meridione si fosse sviluppato come le nostre terre, non sarebbe ricettacolo di mafiosi e di voti di scambio. Naturalmente, tenendo conto delle differenze culturali, che comunque esistono, e che probabilmente hanno agevolato il progetto di incatenamento ai favori del politico di turno, nonché delle depredazioni Savoiarde e conseguenti repressioni criminali.

In conclusione, per confrontarsi sul tema dell’economia è indispensabile uscire dalle “formule economiche” e indicare con chiarezza gli obiettivi reali e concreti nella vita delle persone e delle comunità che si intendono perseguire. Senza dichiarare con onestà questi, ogni discussione è priva di qualsiasi fondamento e pura speculazione intellettuale. Poiché l’omissione è sempre una scelta, ne deriva che la sua unica funzione è la manipolazione del pensiero e della realtà. La discussione è quindi aperta a partire da questa premessa. Ogni altra cosa sono chiacchere distruttive.

Mercanzin Marco

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